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Arpeggi

L’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente (ARPA) Sicilia Vi informa che, nell’ambito delle proprie strategie di comunicazione, ha indetto il concorso letterario “Arpeggi” sul rapporto tra sicilianità e ambiente distinto in due sezioni: narrativa e fumetto.

Il concorso a premi è rivolto a tutti coloro che abbiano compiuto i 16 anni di età e che siano nati o residenti in Sicilia.
La partecipazione al concorso è gratuita.
Scadenza: ore 12.00 del 10/12/2009

Tutte le informazioni e i documenti per partecipare al link:
http://www.arpa.sicilia.it/news.jsp?ID_NEWS=387&areaNews=18&GTemplate=default.jsp

Colera

Avi  tri ghiorna ca ‘un mi lavo, tri ghiorna ca manciu ne piatta ri plastica, tri ghiorna ca parisse ca nun ci etto l’acqua ‘nto cabbinetto. L’acqua è fitusa ca paremo ‘nto west e ‘ntanto tra ‘mmunniza e l’acqua ca avi u culure ru fangu mi scantu ca ma avisse a venire puru u culera. 

Certu cu Berlusconi ca ave a scarlattina, siddu a nuatre ‘nni veni u culera ‘un c’è ri chi meravigghiarisi.

In Piazza

Misilmeri, piazza Comitato 1860.

“Ma tu t’ ù iste a virire  u firm ri Baarìa?”

” Se, bello è!”

” Certo ora  Baarìa addiventa ‘ntirnazziunale, già c’era, ma ora cu stu firm cchiò ’ssae!”

“si ma a nuatre ‘nna SUCA!”

 

 

OPPIOsizione

Tra opposizione becera e opposizione sterile, in Italia c’è  Pier Ferdinando Casini che pratica la vera oppiosizione, caratterizzata da vera coerenza e libertà. Pier Ferdinando Casini crede, e non ha tutti i torti, che in Italia ci sia una grave anomalia: l’ Italia è governata dalla Lega; in Italia si fa ormai tutto quello che dice la Lega. Anzicchè pensare agli italiani (egli parla sempre di quoziente familiare) questo governo si preoccupa di istituire ronde e medici spia; ed è in questo che è deliniabile il carattere fortemente leghista del governo. Casini afferma, già che c’è (sul tema immigrati), che non è possibile che un paese come il nostro prima sfrutta il lavoro degli immigrati e poi pretenda la loro “inesistenza che sembra “.

Da uomo di cultura cristiana qual è sente benissimo in cuor suo che gli immigrati sono uomini e che in ogni uomo c’è un fratello (fratello è la prima parola che gli immigrati di religione musulmana d’altronde imparano per chiamarci, anche se non sono cristiani). Da uomo di cultura cristiana qual è trova di poco senso la proposta dell’ora facoltativa di religione musulmana a scuola, poichè l’ Italia è una nazione con una propria storia e con propri valori cristiani.

Da uomo di cultura democristiana qual è sente benissimo la necessità: di dire che lui va a messa; di parlare di valori cristiani ( che, attenzione, non sono Cristiani); di dire e fare quello che, indirettamente o direttamente, gli dicono i vescovi italiani asinnò perde ‘na poco ri vote.  Bellusconi fa cummannare a Lega e iddu vulissi fare cumannare i parrine.

P.S.  Iu, puru ca nun lu vaiu ‘cchiù abbanniannu comu ‘na vota, a missa ci vaiu ancora. Ma monache e parrina virite a missa e stoccaci i rina.

‘NNA’ PIGGHIAMU SEMPRI ‘NCULU!

(a tutte le vittime, ma in special modo a quelle siciliane)

U sciccareddu

‘U sciccareddu
(Sicilia)

Avia ‘nu sciaccareddu
ma veru sapuritu
a mia mi l’ammazzaru,
poveru sceccu miu.

Chi bedda vuci avia,
paria nu gran tenuri
sciccareddu di lu me cori
comu io t’haiu a scurdari. (2 v.)

E quannu arragghiava facia
iha, iha, iha,
sciccareddu di lu me cori
comu io t’haiu a scurdari. (2 v.)

Quannu ‘ncuntrava nu cumpagnu
subito lu ciarava,
e doppu l’arraspava
cu granni carità.

Chi bedda…

Purtannulu a bivirari
virennu l’erba vagnata
lu mussu ‘nzuccaratu
di ‘nterra ‘ncelu spincia.

Chi bedda vuci avia
paria un gran tinuri
sciccareddu di lu me cori
campa tu e cu mori mori. (2 v.)

campanile

Il fascino della Domenica è stato in passato oggetto di riflessione sulle pagine del nostro blog, oggi torno a scriverne prendendo spunto e riportando una parte dell’articolo di Gianni Mura per il Venerdì del 18 Settembre n. 1122.

“In quegli anni poveri ma belli, come il titolo d’un film, domenica è sempre domenica, come il titolo d’una canzone. Prima di evocarli serve qualche precisazione. Non esisteva il weekend, ma il fine settimana. Non c’erano i telefonini. La tv, che cambierà il modo di vivere in famiglia e non solo quello, è ai primi passi. Menù fisso dal gennaio 54’ su un solo canale: lunedì film, martedì attualità, mercoledì sport, giovedì quiz, venerdì teatro di prosa, sabato varietà, domenica sceneggiato.

Non solo la città si sveglia con le campane, ma anche i paesi. La domenica vuol dire la Santa Messa (ancora in latino) e vestito della festa, scarpe lucide, giacca e cravatta. Chi non va in chiesa (i compagni duri e puri) distribuisce l’Unità o la legge commentando, al bar della Casa del Popolo. Nelle case le donne si svegliano prima e vanno prima in chiesa, perché popi devono preparare da mangiare”

E ancora “Quelli che stanno in casa sanno che la domenica è il giorno della carne, che in settimana si vede poco. Tagliatelle o agnolotti e poi pollo al forno con patate, o arrosto di vitello, o polpettone. E le paste. Le paste si comprano uscendo da Messa…..Se si stava in casa, c’era un momento quasi magico, specie nelle grandi case popolari, dopo le 17. Era finito il brusio delle radio che parlavano delle partite e nelle stanze con le persiane semichiuse si godeva un silenzio meraviglioso, con in più pulviscoli di una luce quasi metafisica, per cui sembrava di essere altrove….Per chi stava a casa (non recandosi a fare una passeggiata nè a vedere un film al cinematografo) dopo la santa pennichella del capofamiglia, e guai a fare un rumore, poteva esserci un gioco in famiglia: tombola, mercante in fiera, rubamazzo e scala 40. Ma era più bello andare fuori, dalle città si usciva per scoprire la campagna, dalla campagna si andava in città per capire se davvero lì si viveva meglio. C’erano gite in corriera (tutti a cantare in coro e poi qualcuno stava male per le curve) in treno (anche in terza classe fumatori), in auto.  Quasi sempre si finiva in ristorantoni da domenica, appunto, dove ti sommergevano di antipasti….l’alternativa era il picnic con le cose portate da casa. E dal Lunedì tutti a lavorare o a studiare, perché lavoro ce n’era. E il boom economico è arrivato così, tanto per dire”.

Questo pezzo mi sembra che rispecchi molto quella che era la Domenica come ci viene raccontata a ridosso degli anni 50 e 60 (anche se l’autore descrive una Domenica tipicamente romana), ma Domenica è sempre Domenica ovunque si stia, giorno del riposo, della festa e, per chi è credente, giorno del Signore.

Un bacio rubato

 

cut_and_paste_lo_fi-cinema_paradiso“ E se li sentivano rubati loro, invece, i baci; che pagavano il biglietto e che pertanto avevano diritto. E non ce ne fotteva niente se la Chiesa, o forse è meglio dire il parrino, diceva che era peccato taliare quelle cose. Il fatto è che chi ha occhio apprezza e basta. Ma è puro vero cà, santo dio, a tuttu c’è un limite! E sta virgogna, sta Sodoma e Gumorra, primma o roppo ni porta a perdizioni e Dio uni castìa!”
( Minico Pirrota , assiduo frequentatore del Cinematografo del paese di Bizzola Sicula).

Il segno dei tempi che passano e che spesso modifica in peggio le abitudini della società è spesso oggetto di lamentela dei nostalgici e dei neo-nostalgici anciliniani di questo sito.  Ascoltando i racconti di persone più grandi, apprendiamo e verifichiamo che la comunicazione sta morendo, il virtuale si impossessa del reale e le relazioni umane si riducono giornalmente.  Questa erosione non risparmia neanche i più giovani che oggi cominciano ad abbandonare i luoghi di ritrovo tipici (piazza, corso principale, strade trasformate in campi di gioco) per frequentare i cosidetti social network, non hanno più amici, a volte preferiscono non seguire i genitori per stare attaccati al pc.

I tempi cambiano e cambiano in peggio, direbbe qualcuno, all’approssimarsi della festa del Santo Patrono i giovani e le giovini di un tempo affidavano le speranze di trovare un compagno e si racconta che le processioni, il passeggio e le visite ai parenti erano tutto un gioco di sguardi, sguardi che si incrociavano e si interrogavano, regalando momenti indimenticabili.

Le giovani coppie uscivano con grande rarità e sempre seguite da un familiare (di solito un bambino, simbolo dell’innocenza posta lì a monito dei findazati) e un bacio si “rubava” alla sua attenzione, qualcuno penserà ad una società bigotta, altri ad un tempo in cui c’era rispetto per la persona, per la donna, per il decoro….ognuno trarrà conclusioni diverse.

Oggi il bacio non si ruba più ma si esibisce sfacciatamente per la pubblica via (insieme ad un corredo di effusioni più o meno spinte) tanto a vedere urtata la propria suscettibilità sarà qualcuno di un’epoca che non ha capito che il mondo è dei giovani.

Frammento di paese

Spesso il restauro di un’ opera può destare molti dubbi, soprattutto quando si tratta di edifici o vecchie costruzioni che nel corso dei secoli hanno subito forti cambiamenti dovuti sia all’incuria e al degrado che al normale processo di deterioramento naturale dei materiali. Per restauro si intende “un’attività legata alla manutenzione, al recupero, al ripristino e alla conservazione di manufatti storici”. Probabilmente l’abitudine ad osservare qualcosa che riteniamo “congelata” nel tempo, ma di cui non percepiamo le continue variazioni a causa della nostra breve esistenza, ci fa affezionare alla forma di quel monumento. Ma quello che noi percepiamo oggi è lo stesso di quello che hanno percepito i nostri nonni o che percepiranno i nostri nipoti? Le foto proposte nel post “Metamorfosi” vogliono porre l’attenzione proprio su questo continuo divenire. In poco meno di 100 anni l’aspetto del nostro monumento simbolo era cambiato rapidamente e si rischiava che i nostri nipoti non avrebbero potuto godere di questo affascinante testimonianza di culture passate. Bisognava agire! Ieri ho visitato il castello e ho visto da vicino ciò che è impossibile osservare da centinaia di metri di distanza. Ho quasi sentito le voci della gente che popolava il castello, le grida di dolore dei carcerati, il profumo delle pietanze e gli zoccoli dei cavalli che stanchi del lungo viaggio si preparavano al meritato ristoro.

castello emiro  1834

La litografia proposta, dal titolo “Frammento di paese. Avanzo d’antico castello di Misilmeri in Sicilia” è un’incisione poco conosciuta di Giuseppe Antonio Tresca risalente al 1834 che raffigura il castello dell’Emiro e il centro abitato nella prima metà dell’800. L’immagine è inserita nel testo di Salvo Di Matteo del 1992 intitolato “Iconografia storica della provincia di Palermo (mappe e vedute dal 500 all’800)” edito dalla Provincia Regionale di Palermo. La veduta in proiezione prospettica ci consente di poter apprezzare alcuni particolari che sono visibili a restauro concluso.    

U Suli ru Matinu…

Dopo un pò di tempo torno a scrivere su Ancilino, ispirato dal post appena sfornato da Giuseppe. Sono quattro righe che parlano di una gioventù che non c’è più, di un passato che molti di noi hanno avuto modo di vivere e che oggi possono raccontarlo, di qualcosa che gli adolescenti di oggi non sanno più cos’è, che non hanno più la possibilità di vivere sulla propria pelle. Grazie Giuseppe per avermi ispirato! :D

U Suli Ru Matinu

Quannu a Matri n’arruspigghiava,
era festa ogni matinu…
Vestiti, ca sinnò fa tardi!
Vai, vai, va joca!
Prima però v’accattami u pani jusu,
e macari passa n’to Zu Ginu e fatti rari tri etti ri capuliatu.
E si t’arresta quarchi sordu, accattati puru i caramelli o u gelatu.
Era festa ogni matinu…
Si currìa, si jucava.
Ammucciareddu, u palluni, a’zzicchitedda.
Ogni jocu era na sfida.
Tu cu mmia, tu puru, tu si l’urtimu e fai a’nsalata.
E un c’era campu, un c’era strata ca nnì tinìa.
Era festa ogni matinu…
E ogni tantu a mamma affacciannusi ru barcuni nni chiamava, calava u panaru e nni ricìa:
Passa nì Ron Pinuzzu e pigghiami un mazzu ri pitrusinu, tri mulinciani quattru pampini ri basilicò e na testa r’agghia e si t’arrestanu picciuli, accattati puru u gelatu.
Era festa ogni matinu…
C’era A’stati e c’era sempri U Suli ru Matinu,
ca nni facìa cumpagnia duranti li jurnati a gghiucari fora.
Ma oggi dù suli un c’è cchiu.
Un ci su cchiu i picciriddi cà jocano fora…
A fiesta finiu.
Ora c’è la vita.
Quannu nà vota era festa ogni dì,
c’era sempri U suli ru Matinu a farinni cumpagnia…

Qualche giorno fa un amico mi dumannau “ma ave assai ca un scrivite” e io ci rissi “ancilinu è un libru aperto, cu ave quacchi cosa a rici, vasinnò nente”  resta dda, spesso come emblema della lentezza afosa e siciliana…

Buone vacanze a tutti!

Metamorfosi

1

 

 

 

 

 

 

 

2

 

 

 

 

 

 

 

3

 

 

 

 

 

 

 

4

A me Santuzza…

Oggi e’ u Jornu Ru Fistinu…

Tutta Palermu e’Nfirmentu Pi Stu Mumentu…

U Carru e’ Prontu P’Essiri Tiratu…

U Muluni P’Essiri Tagghiatu,

U Babbaluci P’Essiri Sucatu…

‘Nto cielu volanu i jochi i focu en ‘ta la genti e’ forti stu momentu

Nall’attisa ra Masculiata, a cchiu forti ri sta jucata…

Tutta Palermu in stu mumentu e’Nfirmentu e in Allegria…

Viva a Santuzza!

Viva Santa Rusulia!

Anche se da lontano, per il sottoscritto questo e’ un momento particolare da poter condividere con tutti voi. Spero che questo piccolo pensiero possa arrivare a tutti i palermitani come me che vivono e lavorano lontani dalla propria terra e che rivolgono un pensiero alla nostra Santuzza…

acqua

SI INVITA TUTTA LA CITTADINANZA A PARTECIPARE ALLA MANIFESTAZIONE CHE SI TERRA’ IN PIAZZA COMITANO LUNEDI’ 13 LUGLIO ALLE ORE 20:00 CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DELL’ACQUA. In concomitanza della diretta televisiva, in cui il sindaco Salvatore Badami, incontrerà i vertici dell’APS, società che gestisce l’erogazione idrica nel comune di Misilmeri.

 

Misilmeri antica IX

Matrimonio

Barbiere

Carissimi amici di Ancilino, nei giorni scorsi ho avuto il piacere di visitare anche se solo per 2 giorni la cittadina di Ragusa Ibla, terra natìa di mio nonno paterno mai conosciuto a causa della sua scomparsa avvenuta molto prima che nascessi. Tante volte mi ero ripromesso di andare lì, perchè sin da piccolo ero legato ai racconti che mi padre mi accennava sulla vita passata dei mie avi. Non ne parlerò adesso perchè non è per questo motivo che sto scrivendo il post, però lo collego poichè cercando dei vecchi documenti da portare con me, ne ho scovato uno molto vecchio scritto da una zia di mio padre tantissimo tempo fa. Si tratta di una ninna nanna dedicata a Gesù Bambino, trascritta da questa mia zia(anche lei morta tantissimo tempo fa) e conservata da chissà quanto tempo. Secondo mio padre, che l’ha ricevuta nel 1970, dovrebbe trattarsi una ninna nanna risalente ai primi del ‘900, copiata da questa sua zia quando era appena adolescente. Dal momento che qui da Ancilino non si scherza solamente ma si toccano anche argomenti religiosi perchè frequentati da molti credenti, volevo poter condividere con voi questo piccolo ricordo. Leggendola, non posso non immaginare la scena di una mamma di 50/60 anni fa che cerca di far dormire il proprio bimbo sussurrandogli questa dolce poesia, dentro una piccola casa scaldata dal fuoco della legna, in un letto imbottito di lana, poveri ma felici perchè un tempo la ricchezza era l’amore…

Ninna Nanna a Gesù Bambino - Maria Vittoria La Rocca

Aggiornamento: Non ho con me uno scanner, ma sono riuscito a fotografare la prima pagina della lettera!

A Gesù Bambino

Maria Virgini annacannu

a Gesuzzu figghiu so,

Ci dicia cussi cantannu:

Dormi figghiu e fa l’avò

Bedda rosa e biancu gigghiu

Fa l’avò Gesuzzu figghiu,

Chi ssu biddi sti masciddi

Ch’è amurusa sta vuccuzza

Chi ssu biunni sti capiddi

Quantu è bedda sta facciuzza

Lu miu cori pii tia spinna

Fa l’avò fammi la ninna.

Figghiu beddu picciriddu

Di stu cori ardenti natu

Veramente senti friddu

Alla mamma sta abbrazzata

Ca ti scordu a lu me pettu

Fa l’avò figghiu dilettu

Quantu t’appiriu a purtari

di riali li pasturi

Tutti a tia li vogghiu dari

Cu cchiu affetti e cu cchiu amuri

Dormi dunca dormi tu

Fa l’avò figghiu Gesù

Tu p’amuri t’hai ncarnatu

Pi li pazzi piccaturi

Ma cu tuttu l’amor ngratu

Mancu chianci lu so erruri

Iddi scialanu e tu pati

Chi su ngrati chi su ngrati

Ma figghiuzzu nun è nenti

Si nun chianci l’amo ngratu

La matruzza sulamenti

Cumpatisci lu to statu

Io pi l’autri chiancerò

Fa la ninna e fa l’avò

Picchi chianci figghiu duci

Via dicillu a la matratuzza

Fammi sentiri sta vuci

Fa parrari sta vuccuzza

Pirchi lagrimi e sogghiuzzi

Fa l’avò figghiu Gesuzzu

Via viniti ancili santi

Sinfunii beddi faciti

E cu li vostri dulci canti

E Gesuzzu addurmintati

E tu sonnu veni veni

Fa l’avò Gesù miu beni.

Scinni Scinni già lu sonnu

Doppu tantu lagrimari

Li so ucchiuzzi chiù nun ponnu

S’accumincia appinnicari

Già lu figghiu è addurmintatu

Oh! miu Diu figghiuzzu amatu

Già ti voi ori dormiri

Viu chiusu st’occhi duci

Cussi un iornu l’haiu a vidiri

Chiusi st’occhi ntra na cruci

Dormi tu ca pi mia ntantu

L’occhi abbunnanu di Chiantu

Fine

Penso che per una volta si può far a meno di parlare di cibo ed essere un pò più seri…

Buona lettura a tutti.

Si sono (finalmente) concluse le elezioni europee che come per ogni elezione svolgentesi in Italia appassiona e avvelena gli animi fino allo scontro più aspro.

In questo spazio non voglio fare polemiche politiche né coinvolgere le mie convinzioni personali nell’analisi del voto (fidiamoci di Sartori, Diamanti e, se vogliamo, dei tantissimi politici e politicanti) mi preme fare una serie di considerazioni sulla campagna elettorale, sulla qualità dell’informazione e sull’esercizio della democrazia da parte dei cittadini.

Considerando la campagna elettorale, vissuta nel suo odierno e più attuale mezzo, ossia la televisione, abbiamo assistito ad una sfida senza esclusione di colpi che ha portato i contendenti a dare ancora una volta un pessimo spettacolo: le amicizie personali del Presidente del Consiglio diventano oggetto della prima notizia del Tg1 (e dei maggiori tg italiani, non fa eccezione la carta stampata) scatenando ancora una volta la domanda che difficilmente troverà risposte: la moralità del politico che mi rappresenta può interessarmi o mi devo accontentare del fatto che sia solo un buon amministratore? Difficile rispondere in modo assoluto, soprattutto pensando al precedente del presidente Usa Clinton che rischiò la poltrona per aver mentito su una sua relazione con una stagista.

È quindi questione del tutto personale farsi un opinione sulla questione del “papi Silvio” e giudicarla secondo quello che è il c.d. “foro interno” di ciascuna persona dandosi poi una risposta e decidere  se votarlo o meno, invece questo osceno “teatrino” ha fatto la gioia della nostra stampa, ha diviso ancora una volta i moralisti dai “modernisti” in un paese che è sempre diviso tra “velinismo” e tradizione.

Il risultato è un obbrobrio sociale: pochissimi sanno per cosa hanno appena votato, nessuno ha parlato dell’attività dei parlamentari uscenti, pochi hanno fatto chiarezza sul fatto che il candidato che si traccia sulla scheda in molti casi, pur eletto, non approderà mai al Parlamento Europeo perché grazie ad un giochetto si dimetterà e spedirà a Strasburgo (in sessione plenaria, le commissioni si riuniscono a Bruxelles) il primo dei non-eletti che l’elettore non conosce e probabilmente non apprezza. Sarebbe bello pubblicare tra qualche mese i nomi dei reali componenti della delegazione italiana, ci sarebbero delle belle sorprese.

Nessuno ha spiegato la complicata procedura della codecisione con la quale si trova molto spesso ad operare il Parlamento, nessuno ha parlato delle competenze, degli onorari dei parlamentari, del peso del Parlamento all’interno dell’economia delle istituzioni Comunitarie.

Nessuno si chiede come mai sia possibile votare in Argentina e sia impossibile votare fuori dal proprio Comune (così come è successo a me per motivi di studio e a tanti altri per motivi di lavoro),  nessuno si chiede come mai possa diventare Presidente della Provincia (di Pesaro-Urbino) un giovane trentaquattrenne in una regione del centro-nord quando invece al sud vige un regime gerontocratico (vedi De Mita ultraottantenne che lascia il partito perché gli preferiscono un candidato più giovane). Questi sono i temi che mi piacerebbe leggere nei quotidiani, questi dovrebbero essere i dibattiti che vorrei sentire in televisione e non i soliti vani soliloqui dei tanti politici che cercano di dare un valore “nazionale” a queste elezioni e perseverano ancora ad attaccarsi su elementi anche personali con la benedizione dei mezzi di comunicazione di massa.

ritratto

 E la monaca racchiusa,
Chi avi sempri ostruzioni,
Facci pallida e giarnusa,
Isterii, convulsioni,
Viva viva a tuttu ciatu
Lu muscatu di Catania, o Siragusa:
Nun è cura radicali,
Ma minura li soi mali.
A li schetti affruntuseddi,
Chi su’ timidi e scurtisi,
Calavrisi
Li sbulazza,
E li fa nesciri in chiazza

Li cattivi, li mischini,
Chi su’ scuri e ’ngramagghiati,
E ànnu l’occhi sempri chini
Di li tempi già passati,
Pri nun aviri cchiù filati e baschi
Durmissiru la notti cu dui ciaschi

Maritati, chi o li siddi
O la scura gilusia
Vi à livatu l’alligria,
E vi à risu laschi e friddi,
Si vui tummati malvacia di Lipari,
’Nfurzati, e quadiati comu vipari.
E chiddi debuli,
Chi ’ntra lu stomacu
Cci ànnu lu piulu,
Chini di viscitu,
Di flemmi e d’acitu,
Cu facci pallida,
Cu carni sfincida,
Divinu viviri
Lu Risalaimi (4),
Ch’è sanatodos,
Anzi è lu lapisi
Di li filosofi;
E si vivennulu
E rivivennulu,
Nun si sullevanu,
Nè si ristoranu,
Torninu a biviri
A battagghiuni
Varrili e ciaschi,
Finchì abbuluni
Ci nescia pri l’oricchi e pri li naschi.

Pri qualchi malinconicu mischinu,
Chi avi l’occhi ’nfurrati di prisuttu,
E ’ntra un munnu, di beni e mali chinu,
Lassa lu bonu e s’applica a lu bruttu;
Chi stà mesto e distrattu ’ntra un fistinu,
E ’ntra làstimi poi s’applica tuttu;
Vinu di li Ciacuddi lu quadia,
E lu guarisci di la sua fuddia.

Si qualchi bàcchiara,
Simplici e tennira
Senti ’ntra l’anima
Qualchi simpaticu

Vermi chi rusica,
E prova spasimi,
Sintomi e sincopi,
Granfi di màtiri
Cu effetti isterici
Ed autri strucciuli
’Ntra ventri ed uteru,
Si la voli poi ’nzirtari,
E scacciari
Sti fantastici virmazzi,
Viva guarnaccia di li Ficarazzi.
Trinchi, tummi la guarnaccia,
Chi un diavulu a nautru caccia.

Bisogna cunviniri, amici cari,
Tutti li vini sunnu beddi e boni,
Sunnu la vera ambrosia di li Dei;
Ma in bona paci dittu sia tra nui,
(Sacciu chi parru ccà cu mastri mei)
Lu vinu cchiù eccellenti e prelibatu,
A miu pariri, è chiddu accutturatu.

(continua…)

ritratto  Continuamu a poesia !

 

 

 

(…)

Quannu di vinu
Eu fazzu smaccu
Tutti li cancari,
Tutti li trivuli
Li pistu e ammaccu.

Sorti curnuta m’ài sta grazia a fari,
Chi cantannu e ciullannu comu un mattu,
Pozza tantu cantari, e poi ciullari,
Pri fina chi facennu un bottu, scattu.

Da stu gottu, chi pari una purpània,
Mentri lu vinu in pettu mi dilluvia,
Eu sentu, amici, una calura strania,
Chi dintra va sirpennu cùvia cùvia.
Ed intantu li so’ effluvia
A la testa si nn’acchiananu;
Mi gira comu strùmmula,
Mi va com’un animulu,
Mi fa cazzicatùmmula
Lu beddu ciricocculu;
Li mura mi firrìanu;
Li porti sbattulìanu;
Lu solu fa la vòzzica;
Lu munnu ohimè s’agghiommara;
Li testi già traballanu;
Tavuli e seggi pri alligrizza ballanu.

Sàrvati, sarva;
Chi tirribiliu!
Guarda, guarda, chi stravèriu!
Si nni vinni lu dilluviu!
Giovi à già sbarrachiati
Catarratti e purticati!
L’autu empiriu purpurinu
Chiovi vinu; all’erta tutti,
Priparati tini e vutti!
Crisci la china;
Ohimè! unni scappu?
Dintra una tina
Trasu pri tappu…
No, nun è tina,
Pigghiavi sbagghiu,
È un quartaloru
Senza stuppagghiu,
Chi cula e chi pircùla
L’ambrosia biata
Dintra sta sollennissima cannata.Dammi, o cannata,
Nautra vasata….
Chista è guarnaccia,
Chi cui la tempira,
Merita in faccia
Sarrabutì.

L’acqua ’un fu fatta no pri maritarisi,
L’acqua fu fatta pri starisi virgini
O ’ntra lu mari, o ’ntra ciumi, o ’ntra nuvuli,
O ’ntra laghi, o ’ntra puzzi, o ’ntra funtani
Pri li granci, li pisci, e li giurani:
Si l’ogghiu cci junciti, si stà sùvuli;
’Mmiscata cu la terra fa rimarri,
’Mmiscata cu lu vinu fa catarri.
Dunca a menti tinitilu
Stu muttu praciribili,
Chi l’acqua mali faciri,
E vinu cunfurtibili.

Cui disia di stari allegru
Viva sempri vinu niuru,
Vinu niuru natu in Mascali,
Chi pri smorfia signurili
Si disprezza in un barrili;
Poi si accatta comu alchimia,
’Mbuttigghiatu,
’Ncatramatu,
Siggillatu
Da un frusteri tuttu astuzia,
Chi cci grida pri davansi
Trinch-lansi, vin de Fransi .

(continua…)

Misilmeri antica VIII

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ritrattoCà c’è n’autru pezzo

(…)

Vinu Vinu
Sciàllaba sciàllaba,
Tumma tumma tummà,
Cori cuntenti, e tummàmu cumpà!
Cannati, arci-cannati, anzi purpaini,
Tumma, tumma, cumpagnu, a trinch-vaini;
Chi cu ’na ’nsirragghiata di sciroppu
Si campa allegru e si vinci ogn’intoppu;
E nni fa fari sauti, comu addàini.

L’avirrò pri un sollenni cacanàca,
Erramu, tintu, putrunazzu e vili,
Cui di nui chista sira ’un s’imbriaca,
E chi nun crepa sutta lu varrili.

Scattassi lu diàntani,
Chi vogghiu fari un brinnisi
A Palermu lu vecchiu, pirchì in pubblicu
Piscia e ripiscia sempri di cuntinu
’Ntra la funtana di la Feravecchia;
E pisciannu e ripisciannu
Lu mischinu cchiù s’invecchia

Jeu vivu in nomi to, vecchiu Palermu,
Pirchì eri a tempu la vera cuccagna;
Ti mantinivi cu tutta la magna,
Cu spata e pala, cu curazza ed elmu.
Ora fai lu galanti e pariginu,
Carrozzi, abiti, sfrazzi, gali e lussu;
Ma ’ntra la fitinzia dasti lu mussu,
Ca si’ fallutu ohimè senza un quatrinu.
Oziu, jocu, superbia mmaliditta
T’ànnu purtatu a tagghiu di lavanca;
Tardu ora ti nni avvidi, e batti l’anca;
Scutta lu dannu, pisciati la sditta.

Ma vàjanu a diavulu
St’idei sì malinconici;
D’ora ’nnavanzi in cumpagnia di Baccu
Vogghiu fari la vita di li monaci,
Quali cantannu, vivennu, e manciannu
Càmpanu cu la testa ’ntra lu saccu.

(continua…)

ritratto

Chista è a cuntinuazioni ru u poema ri Giuvanni Meli.

 

 

 

 

(…)

Lu zitu era lu celebri ziu Roccu,
Ch’era divotu assai di lu diu Baccu;
Nudu, mortu di fami, tintu e liccu;
E notti e jornu facia lu sbirlaccu.

Erano chisti a tavula assittati
Cu li so’ amici li cchiù cunfidati.
’Ntra l’autri cunvitati
Cc’era assittata a punta di buffetta
Catarina la niura,
Narda caccia-diavuli,
Bittazza la linguta,
Ancila attizza-liti,
E Rosa Sfincia ’ntòssica mariti.

Eranu junti a la secunna posa,
Cioè si stava allura stimpagnannu
Lu secunnu varrili,
Ch’era chiddu di dudici ’ncannila,
Ben sirratu,
’Nvicchiatu,
Accutturatu,
E pri dittu di chiddi chi ànnu pratica,
Era appuntu secunnu la prammatica.
Sturando tal brigata ebra-festante

Quann’eccu a l’impruvisu chi ci scòppanu,
E comu corda fràdicia si jèttanu
Sti capi vivituri, li cchiù ’nfanfari,
Chisti sei laparderi appizzaferri,
Chi sgherri sgherri dintra si cci ’nfilanu.
Vennu ad ura ed appuntu, anzi l’incàppanu
Cu lu varrili apertu, e si cci allàppanu.

Primu di tutti Sarudda attrivitu
Stenni la manu supra lu timpagnu,
E c’un imperiu d’Alessandru Magnu,
A lu so stili, senza ciu nè bau,
A la spinoccia allura s’appizzau.

Poi vidennu ddà ’ncostu una cannata,
Di vinu ’mpapanata,
C’un ciàru chi pareva ’na musìa,
La scuma chi vugghièva e rivugghía,
L’agguanta, e mentri l’àvi ’ntra li pugna,
Grida: curnuti, tintu cu c’incugna!

(continua)

 

ritrattoVi presentamu cà , ma a puntate picchì è troppu longa, un’opira litteraria ri un poeta palermitano ri nomu Giuvani Meli.
Siddu vi siddia aspittare e vuliti canuscire tutta l’opira va ite a circare a ‘nn’atra banna!
Iu, a’ facciazza vostra, a sacciu a mimoria!

 

 

 

DITIRAMMU

Sarudda, Andria lu sdatu, e Masi l’orvu,
Ninazzu lu sciancatu,
Peppi lu foddi, e Brasi galiotu
Ficiru ranciu tutti a taci-maci
’Ntra la reggia taverna di Bravascu,
Purtannu tirrimotu ad ogni ciascu.

E doppu aviri sculatu li vutti,
Allegri tutti misiru a satari
E ad abballari pri li strati strati,
Rumpennu ’nvitriati
’Ntra l’acqua e la rimarra, sbriziannu
Tutti ddi genti chi jianu ’ncuntrannu.

E intantu appressu d’iddi
Picciotti e picciriddi,
Vastasi e siggitteri,
Cucchieri cu stafferi,
Decani cu lacchè
Ci jianu appressu facennuci olè.

Allurtimata poi determinaru
Di jiri ad un fistinu
Di un so vicino, chi s’avia a ’nguaggiari,
E avia a pigghiari a Betta la cajorda,
Figghia bastarda di fra Decu e Narda;
L’occhi micciusi, la facciazza lorda,
La vucca a funcia, la frunti a cucchiara,
Guercia, lu varvarottu a cazzalora,
Lu nasu a brogna, la facci di pala,
Porca, lagnusa, tinta, macadura,
Sdiserrama, ’mprisusa, micidara…

( continua)

castello lavori in corso

Il Castello dell’Emiro, di impianto arabo, risale al X secolo, con funzione originaria di casale fortificato ai margini dei monti che cingono la città di Palermo. Il corpo di fabbrica ha subito ampliamento e trasformazione in epoca chiaramontana ed ad oggi si presenta come rudere, conservando soltanto il paramento murario del prospetto sud-est e mezza torre est.

L’intervento è suddiviso in tre fasi. La prima di formazione del cantiere ed accesso ai luoghi lungo i pendii ai piedi della fortificazione, per consentire l’avvicinamento dei materiali e delle attrezzature occorrenti al restauro. La seconda di consolidamento e ricostruzione muraria delle parti ammalorate o mancanti, al fine di conservare e dare unità di lettura ai paramenti esistenti, mentre nella terza fase è previsto uno scavo di tipo archeologico di tutta l’area della corte interna, per comprendere la tessitura muraria delle parti crollate e per permettere il recupero di eventuali elementi decorativi modanati. Le murature preesistenti del prospetto sud-est e la porzione di torre est, verranno consolidate tramite iniezione di malta di calce idraulica e le lesioni saranno cucite tramite barre in carbonio fissate con resina epossidica. La listatura raso sasso sarà eseguita con malta di calce idraulica colorata con terre naturali e riproducente sia per granulometria che per cromia le malte originarie.

Il monumento resterà fruibile sul lato esterno tramite una stradella con manto in tufina, mentre il lato interno della corte, per la presenza delle murature emerse nella fase degli scavi archeologici, sarà fruibile tramite delle passerelle in acciaio. Verrà inoltre realizzato l’impianto elettrico per la valorizzazione notturna dei ruderi e l’impianto antincendio, mentre all’ingresso del sito verrà collocato un box biglietteria-servizio igienico prefabbricato, dotato di impianto di climatizzazione.

Fonte http://www.operes.com/portfolio-og2-restauro-monumentale-emiro.htm

Ebbene si, Ancilino in persona (o se preferite di pirsona pirsonalmente) mi ha dato l’ infausto compito di curare questa rubrica a carattere “nazionale” o meglio extrasiculo: riflessioni, fatti, letture che spesso vengono precluse proprio per il carattere sicilianista e goliardico del nostro blog. Cercherò di portare a galla il sentimento comune del cittadino medio, interverrò a 360 gradi su politica, cultura, società e costume, sperando di intrattenere i miei quattro lettori in maniera intelligente. Chi volesse proporre temi di discussione o volesse rispondere agli editoriali (che parolona) può mandare una mail a maresciallu@libero.it .

Chi si sta chiedendo perchè proprio io debba curare questa rubrica, non trovandovi altro motivo se non quello della mia amicizia coi blogger, si sta ponendo una domanda giustissima!

Senza nome“RUDERE ARTIFICIALE”

E perchè naturalmente quello non può essere considerato il castello di Misilmeri:” c’è sulu a muragghiata ravante!”. Ma neanche un rudere, come invece era prima, si può considerare: “neca un casteddu care e si rovina mantinenno na bedda facciata!”. E allura avemu un rudere, ma è artificiali. E’ finto. Ene na cosa ca ‘nni fa birire, quasi e senza essiri sicure, comu avia a essire a facciata r’avante ru u casteddo ne tempi ri massimu sviluppo; è na simulazione, na cosa forse sapurita picchì ‘nni fa ‘mmagginari, ma è è puru na menza minchiata picchì pi immaginari forse ‘nna abbastava u rudere vero, chiddu ca era stato veramente allissciatu ru tempo, ru u suli, ru u sirenu ri Musulumeri. Era a cosa cchiù antica ru paisi e avia vistu tanti cose, testimune ri signurotti e lapardei, ri parrinazza e buttanazza, ri fuitine e ammazzatine, ri biddizze ca mai cchiù putemu virire, ri ‘na vita ca ‘un c’è cchiù, ri un paise chi ci fu. Era un’oraculo, era ‘na meta, era ‘na porta alla storia, era un eremo, era l’anima e la dignità.
Vi pò parire ‘na minchiata, ma quel restauro, quel tipo di restauro, ha ucciso ciò che altri hanno ritenuto fosse già morto, ignorando che un rudere non è mai morto: un rudere è un rudere.

 

falcone

Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini. 

Giovanni Falcone

falconeLa Strage di Capaci (chiamato in siciliano “l’attentatuni”) fu un attentato mafioso in cui il 23 maggio 1992, sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci (ma in territorio del comune di Isola delle Femmine) e a pochi chilometri da Palermo, persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, anch’ella magistrato, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro.

Nel tragico attentato sono rimasti miracolosamente illesi altri quattro componenti del gruppo al seguito del magistrato: l’autista giudiziario Giuseppe Costanza (seduto nei sedili posteriori dell’auto blindata guidata da Falcone) e gli agenti Paolo Capuzzo, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Gli esecutori materiali del delitto furono almeno cinque uomini (tra cui Giovanni Brusca, che fu la persona che fisicamente azionò il telecomando da grande distanza al momento del passaggio dell’auto blindata del giudice, che tornava da Roma), i quali avevano riempito di tritolo un tunnel che avevano scavato sotto l’autostrada (per assicurarsi la buona riuscita del delitto, ne misero circa 500 kg, come punto di riferimento gli attentatori presero un frgoifero bianco posto ai lati della strada) nel tratto che collega l’aeroporto di Punta Raisi (oggi “Aeroporto Falcone-Borsellino”) al capoluogo siciliano. A tutt’oggi sono conosciuti soltanto i nomi degli esecutori materiali della strage, poiché le indagini mirate a scoprire i mandanti ed eventuali intrecci di natura politica non hanno prodotto risultati significativi.strage gapaci

La strage di Capaci ha segnato una delle pagine più tragiche della lotta alla mafia ed è  strettamente connessa al successivo attentato di cui rimase vittima il giudice Paolo   Borsellino, amico e collega di Falcone. (FONTE).

Notti inquiete

notti inquiete

“Rumani un si travagghia e almeno a fare 14 ure ri rormire! Un vogghio essere ‘ncuitato ri nuddo”.

<Mamà, talè, siccomo rumani sugnu libero, mi vogghiu arripusare l’ossa quindi un mi chiamare. Si mi veni a cerca corcuno ricci ca sugnu nisciuto. Bona notte>.

Aaaaaaa finalmente…. aspè ca staccu u telefono ca capaci rumani all’8 cocchi sfacinnato m’ava rumpiri i cugghiuna. Sunnu l’11 e menza…… rumani un mi susu mancu pi manciare……….chi siti chi haiu! Macari va bivo ca ddi sarde salate mi ficiro vileno. Minchia ancora l’una è…………Chi cavuru sta notte, mu levo stu piggiama? Ca livamunnillo. A chi ura semo junti? L’una è menza. Dormi Totò ca u tempo c’è………Un na manciare cchiu cipudda a ‘nzalata ri sira, mi smuvio u stomaco. Ma chi ura sunnu? I rue………va bona tu! Un ci bastava a cipudda e a sarda salata io ci misi puru u cafè! U rico sempre: un ti pigghiare cafè a sira ca poi un dormi. Sunnu i tri e haiu pututu rormiri si e no menz’ura……….ora macari mi metto a buttigghia cu l’acqua o lato, ca neca ogni cinco minuti pozzo ire a biviri. M’ haiu susuto 10 voti. Sunnu i quattro e già sta agghiurnanno….e pur sti zanzare ci vuliano! Mi stannu sucannu u sango, sti maliritti. E poi quantu sunnu! Mi issi a curcare no barcune, sugnu ‘nta na zappa r’acqua …….

Dopo ore e ore ri smaniare finalmente pigghio sonno fino a quanno “scuimeeeee…..ammaro bello……..u puipo…u puipooooo…. friscooooo”, “chi su belle sti bananeeee….”, “sale …..domani non vengo……”, “signora calassi u panaro… un chilo e tri.. chiffà lassamo?”, “pi …pi….pi …..pi….pi…..”.

Maliritti ma chissi un ponno passare chiu tarduliddo. All’8! Chisso orario è?”

<Totòòòòòòò susitiii….allestiti…..si rumpio u flessibile ri l’acqua e s’allagao tutto u bagno, curreeee, ancora ddoco si? Va pigghia u mocio, va chiue l’acqua juso, vestiti e v’accatta un flessibile, allestiti>.

“Bottaaaaaaaa ri saleeeeeeeeeeeeeee”.

Misilmeri antica VII

 

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  GIBILROSSA___BERSAGLIERI

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