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Archive for the ‘Culinaria’ Category

Da qualche parte ricordavo di essermi aggregato a questa combriccola di “balordi” come li chiamerebbero qui al nord, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente e che mi dispiace non poterli frequentare di persona per ovvii motivi di lontananza, ma che se fossero amici non solo di blog, sarebbero davvero dei grandi amici, che mi hanno sempre trattato come uno di loro anche se di fatto all’inizio non sapevamo nulla l’un dell’altro. Vi ringrazio di avermi fatto partecipe in questi 2 anni delle vostre scorribande blogghistiche, tra improbabili racconti del surreale e storia della nostra amata Sicilia e non.

Buon Compleanno!

Ti dedico una poesia appena sfornata, un piccolo presente per tutti voi amici di Ancilino!

Ancilino è nà vera poesia,
unn’è uno comu a’ tia,
o comu chiunqui iddu sia,
cà parra e un tì talìa.

Ancilino è un cristianu veru,
un cunta palli, un ti cunta na fissaria,
ti talìa nà facci, ti rici a virità
e tu rici cù simpatia.

Ancilino è culinaria.
stecchi ri stigghiola in cumpagnia,
in campagnia o’vunque sia,
sparti sempri tuttu cu signuria.

Ancilino si tu,tu e tu.
siti a genti ca nni leggi e nni talia,
siti chiddi ca ni fannu tanta allegria.
Siti u’ cori sti gran cumpagnia!

Auguri e 100 di questi giorni!
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A’ favorire!

A mia mi pari cà rintra quarcunu pirdiu a’bussola…

Io paccamarora mi’nnastatu a’taliari, picchi certi riscursi u’mannu cumminutu…

Sta politica c’ha scassato sulu i cabbasisi, comu ricissi u’ celebre commissario cucinu ru jucaturi ru Paliermo…

Mi pari n’ufficio i collocamento, ma comu v’arridducistivu???

Arruspigghiativi!!!

Arripigghiativi!!!

E manciativi stu bellu piattu ri pasta ca fasola frisca!

A’ favorire!

E sabbinirica a Vossignori!

Pasta ca Fasola 'Ncirata e Nuove idee per il Blog! Buona inizio di settimana a tutti! Ieri a pranzo mentre mangiavo questa buonissima pasta e fagioli, pensavo quanta memoria storica porto con me riguardo la cucina palermitana, fatta di ingredienti semplici e piena di gusto, odori e sapori. Esperienze e ricordi fatte a casa di amici e parenti, con impresse immagini di situazioni che purtroppo per tanti motivi non potranno più essere rivissute. ma ciò non toglie che grazie a questi ricordi, io non … Read More

via Mangiare… Che Passione!

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Mi tagghi ru stecchi?

Come potrete sicuramente intuire dal titolo del post, le due stecche o “ru stecchi” si riferiscono ad un usanza tipica di noi palermitani di chiedere allo stigghiolaro nel momento in cui dobbiamo ordinarle quante ne vogliamo, che di solito poi diventano 4 o più se abbiamo anche amici al seguito. Le stigghiole sono uno di quei cibi di strada che caratterizzano tantissimo la nostra terra, non solo perchè preparate con un’ingrediente così particolare come le interiora, ma soprattutto perchè fanno parte attivamente delle nostre scampagnate, soprattutto durante le festività pasquali o del 1°Maggio. Sfido chiunque a partire per la campagna senza almeno una decina di stecche pronte per essere “arrustuti nò focu”!

Di seguito vi riporto il post pubblicato nel mio blog:

 

La Sicilia è una regione che a livello gastronomico offre una varietà di prodotti unica ed eccezionale. Tra le particolarità della gastronomia tipica, c’è quella cosiddetta dei “Cibi di Strada”. Bancarelle o piccoli negozietti, oppure carretti addobbati con specialità tipiche preparate al momento o precotte, pronte per essere vendute e mangiate all’istante, una sorta di fast food nostrano dove con pochi spiccioli si soddisfa un piacere istantaneo, ma che diventa anche un rituale dove amici, colleghi  o semplici passanti si soffermano a parlare e scambiare quattro chiacchiere, come ad esempio le vicissitudini della propria squadra del cuore! Tra i cibi di strada più conosciuti a Palermo, non possiamo non ricordare il principe dei panini, quello con la Milza, oppure quello con le famose Panelle ma anche le Crocchè, U mussu e Carcagnolo(piede e muso del maiale), A Quarume o Caldume(stomaco e frattaglie) la Frittola(meglio non sapere cos’è!)lo sfincione(scarsu r’ogghiu ecchinu ri privulazzu!) e loro, ormai quasi sparite dalla circolazione, soprattutto dopo i casi della mucca pazza. Le Stigghiole. Ossia le interiora del vitello, o nei casi più raffinati dell’agnello o del capretto, pulite, steccate con o senza aromi e cotte sulla brace. Sono uno dei miei cibi di strada  preferiti, perchè ne ho ricordi sin dalla prima infanzia, quando con mio padre mi recavo al mercato rionale del Borgo Vecchio per fare la spesa e magari nell’attesa di prendere qualcosa, ci si fermava dallo Stigghiolaro e si gustavano un paio di stecche appena cotte. E proprio grazie a Flickr sono riuscito a trovare una foto di circa 25 anni fa in possesso di un bravissimo collezionista e fotografo palermitano, Giuseppe Romano, che ritrae lui, Luciano u stigghiularo ru burgu,(quello nella foto in basso) un personaggio unico di cui conservo tanti ricordi. Era un omone enorme, sempre immerso nel fumo della sua carbonella, ma gentile e sorridente, e quando piccolino mi avvicinavo con mio padre al suo bancone, lui mi urlava: Principale!!!! Arrivò u signor larrocca!  Ehehe!   😀

Ed io, non potendo riproporre in Lombardia queste prelibatezze mi sono dovuto arrangiare… Vi prego non offendetevi leggendo con cosa li ho dovuti realizzare, non è facile reperire budellino di capretto dai macellai… 😀

Partendo dalla ricetta classica palermitana delle stigghiole di capretto, fatte con i cipollotti lunghi avvolti dal budello, ho usato proprio i cipollotti come base! Ovvio, no? Poi ho usato un altro ingrediente base e cioè il prezzemolo, e per sostituire il budello… Avevo bisogno di qualcosa che assomigliasse il più possibile ad esso, magari arrotolato, che una volta cotto assumesse una consistenza grassa ma con della carne intorno. Fettine di carne tagliate sottili no, troppo spesse lo stesso, pancetta no, troppo salata, lardo no, troppo grasso e con poca carne. La soluzione me l’ha data una vecchia ricetta, questa qui.  Il lardo pancettato, che associa una parte molto grassa con della carne. Ho preso ogni singola fetta e arrotolandola come un grissino l’ho fatta passare intorno al cipollotto e al prezzemolo ed ho creato così le mie finte stigghiole. Le ho dovuto cuocere nel forno, ma alla fine, l’aspetto, la consistenza ed il sapore, non erano niente male! Ricordo che devono essere conditi con del sale e del limone come vuole il rito classico palermitano! 

Finte Stigghiole

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Buon Appetito!

Aggiornamento: se volete cliccate QUI per visualizzare la foto intera del piatto caricata su Flickr.

Arrivederci alla prossima.

Saluti,

Alberto La Rocca

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Carissimi amici, dopo una breve pausa ritorno a parlare di cucina su Ancilino.

Da poco ho inaugurato un nuovo blog, che si associa al gruppo creato in precedenza su Facebook e di cui porta lo stesso identico nome: Mangiare, Che Passione!

Su questo nuovo blog, che affianchera’ quello gia’ esistente, riproporro’ le ricette di tutti i piatti presenti nel Gruppo, e tra di esse, ovviamente non mancheranno quelle della nostra amata terra, la Sicilia!

In questo nostro primo appuntamento, vi parlero’ di uno dei piatti classici della cucina contadina palermitana, uno dei miei preferiti, preparato solo con i prodotti che la terra ci mette a disposizione: A’ Frittedda Cavura. Ossia quel piatto a base di Fave, piselli e carciofi tanto buono quanto semplice da preparare e che tutti coloro che posseggono una campagna e coltivano fave la conoscono certamente. Frittedda Cavura

(Per la ricetta completa cliccate sulla foto.)

Io credo che tutte le famiglie palermitane e della provincia, almeno una volta nella loro vita abbiano mangiato questo piatto buonissimo e gustosissimo, preparato con ingredienti semplici e di facile reperibilita’ durante l’arco dell’anno, soprattutto in questo periodo dove iniziano a comparire nei mercati le prime fave fresche. In alternativa, come ho dovuto fare io qui in Lombardia, dove e’ abbastanza difficile trovare un prodotto fresco e di qualita’, questi ingredienti li ho dovuti comprare quasi tutti surgelati, ad esclusione dei carciofi.

I ricordi piu’ belli restano legati sempre alla mia infanzia, durante i periodi delle festivita’ che accompagnavano le scampagnate fuori citta’, dove si andavano a raccogliere sacchi stracolmi di fave, e ricordo anche le ore impiegate a munnarle tutte quante con l’aiuto della mamma, per preparare a’ Frittedda, da mangiare obbligatoriamente la sera, come contorno a una Fedda ri Carni Arrustuta oppure come piatto unico, arricchendo la preparazione gia’ abbondante, con delle belle cipolle bianche, fatte stufare insieme a tutte le verdure, e gustato con tanto buon pane casereccio, “chiddu ca’ muddica ru Mizzagnu” per intenderci!

Ma di questa frittedda ricordo perfettamente la variante “Minestra”, gustata nell’entroterra siculo tanti anni fa in un paese delle Madonie, e preparata secondo la ricetta tradizionale con l’aggiunta di finocchietto selvatico ad aromatizzarla ulteriormente, e servita c’Attuppatieddi (la pasta tipo ditalino rigato n”47). Una vera bonta’, come del resto tutte le ricette della cosiddetta “cucina povera”, che di povero in realta’ non hanno nulla e che anzi, avendo solo ingredienti freschi come base, diventano un vero e proprio “Piatto Ricco” a tutti gli effetti!

E voi amici carissimi, a quale piatto “povero” delle nostre tradizioni legate i vostri ricordi piu’ belli?

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A sfincia ri San Giuseppe

sfinc

Le diverse ed antiche tradizioni siciliane ancora oggi si svolgono con tanta passione. Il giorno di San Giuseppe si è sempre stati soliti realizzare la cosiddetta “tavulata” o pietanze quali “u pani biniritto”, “a pasta chi sarde e finocchi” e la nostra cara amata “sfincia di San Giuseppe”.  A questo proposito abbiamo ritenuto opportuno intervistare il nostro caro pasticcere misilmerese Giuseppe Strano che con tanta pazienza ci ha illustrato la preparazione delle “sfince ri San Giuseppe”.

Ingredienti:

1 litro di acqua

200 g di sugna

20 g di sale

1 Kg di farina OO

30 uova intere

2 litri di olio di semi di soia

Preparazione:

Mettere in un tegame medio 1 litro d’acqua, 200 g di sugna e 20 g di sale;  portare ad ebollizione e aggiungere 1 Kg di farina 00 e mescolare con un cuchiaio di legno fino ad amalgamare il tutto senza che si producano grumi di farina; fare raffreddare tutto l’impasto. Dopodichè aggiungere a poco a poco le 30 uova intere, fin quando l’impasto non assorbirà tutte le uova.

Cottura:

Versare in un tegame 2 litri di olio di semi di soia, farlo riscarldare e con un cucchiaino prendere un pò di impasto e metterlo nell’olio caldo (come si fa con le frittelle cioè a forma di “pallina” o pallottole). Con un cucchiaio di legno battere l’impasto che sta friggendo e non appena le sfinci saranno dorate metterle in una casseruola. Fare raffreddare e fare un buco dove verrà inserita la ricotta. Decorare il tutto con un pò di ricotta, una ciliegia candita (o scorza di arancia candita) e fogliame di pistacchio.

Buon appetito dal vostro caro pasticciere Giuseppe  Strano.

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Tra poco più di una settimana festeggeremo il Santo Natale, ma a prescindere dall’evento religioso in sè, per milioni di famiglie italiane sarà il momento di aggregazione tipico delle festività, tutti intorno ad un tavolo a mangiare, anzi a presiedere una maratona culinaria che inizierà la sera della vigilia e che terminerà la sera del 26 dicembre. Se poi mettete che quest’anno il ponte natalizio è stato clemente con noi poveri mortali, ci ritroveremo 4 giorni non stop a mangiare, bere e giocare in compagnia!

Ma voi, carissimi amici del blog di Ancilino, che abitate o che siete originari di Misilmeri, come festeggiate il Natale sotto l’aspetto gastronomico? Avete qualche pietanza tipica che si ripropone in questo periodo? Rispetto alla mia città natale, ossia Palermo, cosa proponete nelle vostre tavole? Ma soprattutto che ricordi avete di questo periodo così speciale?

I miei ricordi più belli  passati in famiglia durante il pranzo di Natale mi portano a raccontarvi di teglie interminabili di pasta al forno(Anelletti), teglie di capretto o agnello sempre al forno, quantità industriali di antipasti e dulcis in fundu lei, la regina  dei nostri natali palermitani: La Cassata! Un mattone farcito del peso medio di 5 kg, che con una fetta bissavi il pranzo luculliano consumato precedentemente… Che profumi e che ricordi!!! Oppure quelle quarare stracolme di cozze appena aperte, fumanti e “profumanti” di aglio e prezzemolo, quell’odore inconfondibile di pesce arrostito, quei piatti stracolmi di spaghetti con le vongole, il profumo delizioso e delicato dello spada accompagnato ai gamberoni alla griglia, e sempre loro maestosi e interminabili: i vassoi con i pasticcini! A Palermo diverse pasticcerie ti offrivano indescrivibili capolavori, dal cannolo fresco riempito all’istante della pasticceria Scimone, alla cassata siciliana, ai pasticcini di Oscar, ed un tempo anche la gelateria Santoro di piazza Indipendenza, ma solo perchè ci lavorava il papà di un mio amico! 😉 (altro…)

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Chi non ha mai avuto da piccolo della Pupaccena durante il periodo dei morti? Quanti ricordi a vedere queste piccole statuine di zucchero cristallizzato con le forme più assurde! Ma la Pupaccena originale è sempre stata la forma dei paladini, con i personaggi tipici del teatrino dei pupi siciliani. Infatti venivano sempre riconosciuti come “Pupi ri Zuccaru”. Poi nel tempo hanno cambiato diverse forme, soprattutto per attrarre i bambini con i personaggi televisivi, soprattutto cartoni animati. Io che sono nato negli anni ’70 ho vissuto un periodo bellissimo, i ricordi della festività dei morti erano particolari, la tradizione palermitana di quel periodo prevedeva la realizzazione di un piatto largo confezionato con biscotti di vario genere, soprattutto prodotti del periodo, i cosidetti “ossa ri mortu” oppure i classici biscotti con la glassa di zucchero bianca o cioccolato, frutta secca, fichi mandorle e nocciole, e qualche cioccolatino. Ed in mezzo trionfante “U pupu ri zuccaru”! La funzione principale del piatto era quella di offrirla ai parenti morti che durante i giorni tra l’1 ed il 2 novembre, facevano visita ai propri cari, e se c’erano dei bambini diventava ancora più bello, perchè se avevi fatto il bravo, “U nonnu Pippino ti purtava u’ jocu” ed ovviamente io da piccolo credevo ciecamente a questa tradizione, e la notte tra l’1 ed il 2 diventava come la vigilia del natale… La fine degli anni ’70 era il periodo dei cartoni animati giapponesi, Goldrake, Mazinga e Daitarn 3 ed i pupi spesso avevano la loro forma. (altro…)

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